SE IL FISCO È UNO STALKER

 Lo Stalker è, lo sappiamo, un “persecutore” un soggetto che ossessiona un altro chiedendo contatti a chi, con lui, preferirebbe non avere nulla a che fare (a parere dello scrivente si potrebbe usare senz’altro il termine italiano, ma la lotta contro l’abuso – non l’uso – di parole straniere, si sa, è tanto nobile quanto vana).

Nel caso su cui la Cassazione si è pronunciata il contribuente aveva accusato il fisco di “persecuzione”.

Il contribuente in questione si lamentava del tardivo ritiro di un atto impositivo sbagliato: si trattava di una cartella esattoriale ritirata dopo sei mesi di insistenti tentativi.

Secondo i “motivi della decisione” della Sentenza (Sent. 8703/09), il contribuente si doleva del fatto che il fisco aveva leso il suo “diritto alla tranquillità, facendogli perdere tempo ed energie, tra visite a vuoto agli sportelli, richieste e reiterati solleciti, per dimostrare che la somma richiesta non era dovuta“.

Aveva quindi agito contro il Giudice di Pace di Catania chiedendo il risarcimento del danno.

Il Giudice di Pace aveva accolto la richiesta e condannato al risarcimento del danno, pari ad € 300,00 (calcolati probabilmente in base ad un criterio equitativo) l’Agenzia delle Entrate.

Quest’ultima aveva impugnato in Cassazione.

La Sentenza si segnala per il collegamento con le Sentenze (in primis la 26972/08) che hanno affermato che “il danno esistenziale non esiste”.

In sintesi, la Cassazione (stavolta a sezione semplice) osserva che quello di cui, nel caso in esame, il contribuente si lamentava, era un danno non patrimoniale.

Se ne deduce che il risarcimento chiesto dal contribuente non equivaleva a (per esempio) ore di lavoro perse, ma a fastidi, disagi, seccature.

Osserva la Cassazione che, perché possa aversi risarcimento del danno non patrimoniale, è necessario che vi sia

•-         un reato oppure

•-         un altro fatto illecito produttivo di danno non patrimoniale (argomento ex art. 2059 c.c.) oppure

•-          la lesione di un diritto costituzionale inviolabile

In quest’ultimo caso (lesione di un diritto costituzionale inviolabile) la rilevanza costituzionale deve riguardare il diritto leso, non il pregiudizio sofferto. In altre parole, perché possa risarcirsi un danno non patrimoniale è necessario ledere un diritto costituzionalmente protetto.

Ma non basta. Occorre altresì che

•-         la lesione non sia grave

•-         il danno non sia futile

A tale ultimo proposito e citando apertamente la Sent. 26972/08 la Cassazione ricorda che “disagi, fastidi, disappunti, ansie ed ogni altro tipo di insoddisfazione sono danni bagatellari non meritevoli di tutela risarcitoria“.

È lecito dedurne che “la perdita di tempo ed energia tra visite a vuoto agli sportelli, richieste e reiterati solleciti ” è un danno bagatellare non risarcibile.

Sospendiamo un attimo il commento e parliamo di un’altra Sentenza.

Si parla – e forse si parlerà ancora – della Sentenza (sempre della Cassazione) n°4622/2009.

Qui leggiamo testualmente: “L’ufficio non può notificare a proprio piacimento atti impositivi assumendo che siano privi di effetti giuridici e pretendere che il contribuente se ne stia tranquillo “tanto non accade nulla”… ogni atto giuridico produce effetti e se un atto viene definito inutile dallo stesso ufficio c’è da chiedersi (a parte i dubbi legittimi sulla sanità mentale e/o idoneità professionale delle persone fisiche responsabili di tali comportamenti) perché sia stato adottato e notificato, fermo restando gli effetti di danno … è evidente che il destinatario degli atti ha la necessità di rivolgersi ad un professionista“.

E allora?.

Vediamo di fare un po’ d’ordine.

Si definisce “autotutela” l’attività con la quale l’amministrazione finanziaria, di propria iniziativa oppure su richiesta del contribuente, ritira, modifica od annulla un atto (per. es. un avviso di accertamento o una cartella esattoriale).

Ad agire in autotutela, quindi, è sempre l’ente che ha emesso l’atto oppure l’organo superiore.

L’istanza con la quale il contribuente chiede che l’amministrazione finanziaria agisca in autotutela si definisce ricorso “gerarchico”  o “in via amministrativa”.

Se invece il contribuente ricorre ad un giudice (trattandosi di cartelle esattoriali, di solito è la Commissione Tributaria, ma può essere anche il Tribunale) si parla di “ricorso giurisdizionale”.

In questo caso il contribuente chiede sempre il ritiro, la modifica o l’annullamento dell’atto, ma chiede che a decidere in proposito non sia l’ente che ha emesso l’atto (oppure quello superiore), bensì un giudice.

Il ricorso giurisdizionale deve essere proposto, a pena di decadenza, entro un certo termine. Se il termine non viene rispettato, il ricorso giurisdizionale viene dichiarato inammissibile e respinto per vizio di procedura (decadenza).

Il malcapitato contribuente di cui si è occupata la Sentenza della quale si parlava all’inizio aveva scelto la strada del ricorso gerarchico.

Aveva perso tempo ed era andato avanti ed indietro dagli sportelli.

Tempo “perso” appunto, proprio perché non risarcito né risarcibile.

A questo proposito, in punto di principi costituzionalmente protetti (e lesi?) il pensiero corre all’art. 97 della Costituzione il quale afferma che devono essere “assicurati il buon andamento e l’imparzialità della pubblica amministrazione“, ma andiamo avanti…e tiriamo le fila.

Il tempo perso tra Erode e Pilato per ottenere l’autotutela è una “seccatura” per cui non si dovrebbero seccare i giudici (perdonate il gioco di parole).

Peraltro, dato che gli atti impositivi producono effetti giuridici, il contribuente non può “starsene tranquillo tanto non accade nulla” ma (come dice la seconda Sentenza) “ha la necessità di rivolgersi ad un professionista“.

Quindi se l’autotutela si rivela inutile (ed abbiamo visto che non è neanche il caso di sprecarsi troppo per ottenerla) tanto vale rivolgersi ad un professionista prima che scadano i termini per proporre ricorso giurisdizionale ed agire davanti alla Commissione Tributaria.

In un mondo ideale, se l’atto impositivo si rivela “folle“, tanto che è “lecito dubitare della sanità mentale” di chi l’ha emesso, la Commissione dovrebbe condannare – e condannare pesantemente – il fisco al pagamento delle spese di lite, spese che non si possono definire “disagi, fastidi, disappunti, ansie“.

In un mondo ideale.

Però in un mondo ideale non dovrebbero neppure esistere atti impositivi “demenziali”.

Il Consiglio di Stato si pronuncia nuovamente sullo schema di decreto interministeriale per le transazioni

Pubblichiamo il nuovo parere, questa volta definitivo, emesso dal Consiglio di Stato sullo schema di decreto interministeriale per le stipulande transazioni per il risarcimento del danno biologico nonchè lo schema di decreto interministeriale sulla cui base i giudici di Palazzo Spada dovrebbero essersi espressi.
A prestissimo per le prime riflessioni

Il nuovo parere del Consiglio di Stato sullo schema di decreto interministeriale

Lo schema di decreto interministeriale per le stipulande transazioni

Il rifiuto di autotutela non è impugnabile

 Prima di entrare nel cuore della questione, visto che la stessa richiede un minimo di competenza tecnica, è necessaria una precisazione terminologica.

Si definisce “autotutela” l’attività con la quale l’amministrazione finanziaria, di propria iniziativa oppure su richiesta del contribuente, ritira, modifica od annulla un atto (per. es. un avviso di accertamento o una cartella esattoriale).

Ad agire in autotutela, quindi, è sempre l’ente che ha emesso l’atto oppure l’organo superiore.

L’istanza con la quale il contribuente chiede che l’amministrazione finanziaria agisca in autotutela si definisce ricorso “gerarchico”  o “in via amministrativa”.

Se invece il contribuente si rivolge alla Commissione Tributaria si parla di “ricorso giurisdizionale”.

In questo caso il contribuente chiede sempre il ritiro, la modifica o l’annullamento dell’atto, ma chiede che a decidere in proposito non sia l’ente che ha emesso l’atto (oppure quello superiore), bensì un giudice. Quelli tributari sono, per l’appunto, giudici.

Il ricorso giurisdizionale deve essere proposto, a pena di decadenza, entro un certo termine.

La durata del termine cambia a seconda dell’atto di cui si chiede la modifica o l’annullamento. Di solito, il termine è di 60 gg. dalla notifica.

Se il termine non viene rispettato, il ricorso giurisdizionale viene dichiarato inammissibile e respinto per vizio di procedura (decadenza).

Il ricorso gerarchico, invece, non ha termine.

Qual è il rapporto tra i due ricorsi?

Esprimendosi in termini approssimativi, ma, si spera, abbastanza chiari, si può affermare che, di solito, la giurisprudenza afferma che se si propone ricorso giurisdizionale, quello gerarchico deve intendersi abbandonato.

L’elemento importante, però, è che se si propone ricorso gerarchico i termini per proporre ricorso giurisdizionale non si sospendono.

Quindi, se, per esempio, si hanno sessanta giorni di tempo per impugnare una cartella o un avviso di accertamento e li lasciano scadere senza proporre ricorso giurisdizionale, ma limitandosi a proporre ricorso gerarchico, non sarà più possibile, scaduti i termini (i sessanta giorni dell’esempio), proporre ricorso giurisdizionale, ma si potrà contare solo sul ricorso gerarchico, sperando che venga accolto. Prova il casino reale online casino Canada real money e vinci!

E che cosa accade, se il ricorso gerarchico viene respinto? Se cioè l’ente che ha emesso l’atto (o quello superiore) rifiuta di ritirarlo, modificarlo, annullarlo? Se, in altre parole ancora, l’autotutela viene respinta?

Secondo le Sezioni Unite – Cassazione SSUU 2870/99 del 6/2/09 – non c’è più niente da fare.

Il provvedimento col quale l’amministrazione finanziaria respinge l’autotutela, cioè il c.d. “diniego” o “rifiuto” di autotutela, non è impugnabile.

Così si esprimono le Sezioni Unite “avverso l’atto con il quale l’Amministrazione manifesta il rifiuto di ritirare, in via di autotutela, un atto impositivo divenuto definitivo non è esperibile un’autonoma tutela giurisdizionale“.

Ciò, in diritto, per due ragioni.

La prima è che l’autotutela è un atto discrezionale – quindi non coercibile – della pubblica amministrazione.

La seconda è che, a ragionare diversamente, si rimetterebbe in termini il contribuente che ha lasciato trascorre invano i termini per proporre ricorso giurisdizionale (volendo rimanere nell’esempio, i sessanta giorni di cui sopra).

Conseguenza pratica (non trascurabile) della Sentenza in commento è lo “sfoltimento” di molti ricorsi avverso dinieghi di autotuela, i quali verranno dichiarati inammissibili senza entrare nel merito.

Il consiglio pratico, quindi, è di proporre pure ricorso gerarchico, ma di non lasciare trascorrere invano i termini per proporre ricorso giurisdizionale e, nel dubbio o nel silenzio, proporlo.

I poteri degli ausiliari della sosta non sono “superpoteri”

 Interessante Sentenza della Corte di Cassazione Sezione II sui poteri di accertamento degli ausiliari della sosta.

La Sentenza è stata depositata il 13/1/09 è contraddistinta dal n°551/09 ed annulla una Sentenza del Giudice di Pace che aveva dato torto ad un automobilista che era stato multato per aver parcheggiato sul marciapiedi.

In poche parole questo è il ragionamento della Cassazione a sezione semplice.

Gli ausiliari della sosta ed i dipendenti delle aziende di trasporto pubblico possono irrogare sanzioni amministrative (multe).

Tale potere è però loro conferito in via eccezionale e le norme che glie lo conferiscono devono essere interpretate nel senso più restrittivo possibile.

Gli ausiliari della sosta (e i dipendenti delle aziende di trasporto pubblico) possono quindi esercitare il loro potere solo se tale esercizio è strettamente connesso all’attività di gestione dei posteggi pubblici o di trasporto pubblico delle persone.

Altrimenti, c’è difetto di potere.

Quindi se un soggetto parcheggia – per esempio – sulle rotaie del tram oppure su un parcheggio in concessione, gli ausiliari della sosta lo possono multare, altrimenti no.

Il ricorrente del caso deciso aveva parcheggiato su un marciapiedi non in concessione quindi – così la Sentenza – a poterlo multare erano solo i vigili, non gli ausiliari della sosta.

La multa va quindi annullata

Una curiosità: la Cassazione ha condannato il comune a pagare le spese legali dei due gradi di giudizio.

Ovviamente, per farsele riconoscere è stato necessario andare in Cassazione.   

Il canone RAI e l’acqua pura

 Come probabilmente è già noto a chi frequenta queste pagine, la Corte Costituzionale, con una recente Sentenza, ha affermato che se l’acqua non è depurata non si deve pagare la depurazione.

La Sentenza è già stata commentata, quindi non ci ritornerò sopra più di tanto. Basti dire che il giudice delle leggi ha sostenuto che il contratto di somministrazione è un “banale” contratto di diritto privato. La depurazione è un servizio, non un canone od una tassa. La conseguenza è che se c’è il servizio di depurazione, si paga. Se non c’è, non si deve pagare.

E adesso parliamo del canone rai.

Il balzello è previsto dal RD 246/1938, quando la televisione la conoscevano forse Marconi e pochi altri.

Gli anni sono passati. Dalla EIAR si è passati alla RAI, dalla Rai alle TV commerciali (e a Sky ed alle altre TV a pagamento); sono nati la televisione, i computer, i videofonini, i videocitofoni, ma il canone RAI è rimasto.

Perchè, secondo la Cassazione, il canone RAI “originariamente configurato come un corrispettivo dovuto dagli utenti di un servizio riservato allo stato ed esercitato in regime di concessione, ha da tempo assunto natura di entrata tributaria”. (Cass. SSUU 20068/2006)

Esso “non trova la sua ragione nell’esistenza di uno specifico rapporto contrattuale che leghi il contribuente e la RAI” (Cass. Sezioni Unite 20 novembre 2007 n°24010)

Insomma: è una tassa.

Il presupposto dell’imposizione tributaria è il possesso di un apparecchio in grado di ricevere o trasmettere immagini. Qualunque apparecchio: TV, videofonino, videocitofono, computer. Etc.

Se si possiede un apparecchio di questo tipo, si deve pagare il canone.

Così è la legge. È una legge giusta?

La Corte Costituzionale (Sentenza 284/2002) ha spiegato come “la legittimità dell’imposizione debba misurarsi non più in relazione alla possibilità effettiva per il singolo utente di usufruire del servizio pubblico radiotelevisivo al cui finanziamento il canone è destinato  (in parole povere: non c’entra nulla il fatto che uno guardi o no la Rai) ma sul presupposto della sua riconducibilità ad una manifestazione ragionevolmente individuata di capacità contributiva (in parole povere: se uno possiede un apparecchio in grado di ricevere e trasmettere immagini, è abbastanza ricco da poter pagare il canone) …l’interesse generale che sorregge l’erogazione del servizio pubblico può richiedere una forma di finanziamento fondata sul ricorso allo strumento  fiscale. Il canone televisivo costituisce in sostanza un’imposta di scopo destinato come esso è quasi per intero alla concessione del servizio pubblico radiotelevisivo (in parole povere il servizio TV è un servizio pubblico finanziato con tasse, anzi, in modo esclusivo o prevalente col canone)… il collegamento dell’obbligo di pagare il canone alla semplice detenzione dell’apparecchio indipendentemente dalla volontà e dalla possibilità di fruire dei programmi discende dalla natura di imposta impressa al canone che esclude ogni nesso di corrispettività in concreto tra obbligo tributario e fruizione effettiva del servizio pubblico. Presupposto dell’imposizione è la detenzione di apparecchi“. In parole povere: la RAI è un servizio pubblico ed è giusto che la si finanzi con una tassa, anche se poi, in concreto, uno non la guarda.     

L’affermazione non sarebbe tanto strana se la depurazione dell’acqua non fosse un servizio di diritto privato, come si è visto

Quindi, secondo la Corte Costituzionale, la RAI è un servizio pubblico così importante che è giusto che tutti paghino una tassa per mantenerlo. La depurazione dell’acqua… è meno importante e non richiede una tassa a carico della collettività.

Come dire che il fatto che tutti possano vedere “Affari tuoi” è più importante del fatto che tutti bevano acqua pura.

Il danno esistenziale è morto (?) viva il danno morale(?)

 Come sanno ormai anche i “non addetti ai lavori” le SSUU con una Sentenza recente e notissima (la 26972/2008) hanno statuito – se vogliamo proprio ridurre ad un slogan 59 pagine di Sentenza – che il Danno Esistenziale non esiste.

Il danno, secondo le SSUU è patrimoniale o non patrimoniale ed il c.d. danno biologico è una voce dell’ultimo.

Più precisamente, e trascrivendo quanto le SSUU affermano a pag. 47 (punti 4.8 e 4.9) “il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, nel senso che deve ristorare interamente il pregiudizio, ma non oltre… il danno non patrimoniale … identificatosi con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica, costituisce categoria unitaria non suscettiva di divisione in sottocategorie. Il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale- di cui parlerò oltre – dano biologico, danno da perdita del rapporto parentale etc) risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. È compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative si siano verificate sul valore uomo e provvedendo alla loro integrale riparazione. Viene dunque in primo luogo in considerazione, nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato, la sofferenza morale. Definitivamente accantonata la figura del c.d. danno morale soggettivo, la sofferenza morale, senza ulteriori connotazioni in termini di durata, integra pregiudizio non patrimoniale. Deve tuttavia trattarsi di sofferenza soggettiva in sé considerata, non come componente  di un più complesso pregiudizio non patrimoniale. Ricorre il primo caso ove sia allegato il turbamento dell’animo … senza determinare degenerazioni patologiche della sofferenza. Ove siano dedotte siffatte conseguenze, si rientra nell’area del danno biologico …”.

Vale la pena di ricordare che è – anche per il legislatore – “lesione temporanea o permanente dell’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico legale che esplica un’incidenza sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico – relazionali del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di reddito“.

Vediamo ora di tirare le fila.

Il danno morale è una sofferenza soggettiva in sé considerata che non determina degenerazioni patologiche. Esso può essere risarcito solo se c’è un reato (che il giudice civile può accertare anche per conto suo, a prescindere da valutazioni del giudice penale).

Vorrei muovere un passo oltre questa definizione che deriva da un’analisi pressoché letterale dei principi enunciati dalle Sezioni Unite.

È ovviamente opinione mia.

In pratica, il criterio sembra essere il seguente: se c’è una patologia psicofisica (e il pensiero corre subito alla “depressione”) siamo all’interno del danno biologico. Se c’è una sofferenza soggettiva che non sfocia in patologia psicofisica (e purché ci sia reato) c’è danno morale.

Tale definizione nasconde però – a mio parere – una debolezza.

Il codice civile, dal quale comunque il giurista deve partire, si fonda su una distinzione corpo / mente piuttosto datata. Il legislatore del 1942 sembra dirci (almeno a mio giudizio): il corpo è una cosa, la mente un’altra.

Le malattie psicosomatiche erano al di là da venire.

Ora come ora il legislatore e la Cassazione ci parlano di integrità psicofisica da risarcire e, ad essa, aggiungono (in realtà, lasciano che sopravviva) un ulteriore risarcimento da lesione morale soggettiva.

In concreto, quindi, sembra tutt’altro che improbabile una Sentenza siffatta: Tizio ha subito una lesione psicofisica a causa di un evento che è anche un reato. Quindi è caduto in depressione. Quindi deve essere risarcito. Però deve essere risarcita anche la sofferenza morale soggettiva – che però bisogna allegare e provare – che va oltre e che non è coperta dal risarcimento del danno biologico.

Tale sofferenza morale, peraltro (come mi piace argomentare sempre da Cass. 26972/08 punto 3.9) non è data da “pregiudizio consistente in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana …”

Insomma: si sa bene che cosa il danno morale non è (non è patologia psicofisica, né “insoddisfazione”). Si sa molto meno bene che cos’è: che cosa vorrà mai dire “sofferenza morale soggettiva da reato”? e, soprattutto, come si prova? Sarà ammissibile il ricorso a presunzioni?

Fermiamoci qui, per ora.

Sempre come tutti sanno il danno morale, se liquidato, nella prassi, è sempre stato ancorato in misura percentuale rispetto al danno biologico (un quarto, un terzo,  etc.).

Andiamo ad esaminare la ancor più recente Sentenza 29191/08 (depositata il 12/12/08) della III Sezione civile della Cassazione.

In fatto, va premesso che il caso si riferisce ad una ipotesi in cui il danneggiato aveva subito lesioni gravissime, pari al 62%!

Qui leggiamo “nel caso di lesioni gravissime… il danno biologico deve essere personalizzato calcolando anche la componente della capacità lavorativa (che, se vogliamo essere coerenti, dovrà essere qualcosa di non patrimoniale?!) … e del danno psichico (ma il danno biologico non risarcisce la lesione dell’integrità psicofisica?) sicché ai valori tabellari della stima statica della gravità del danno… devono aggiungersi in aumento…” e poi “…. trattandosi di lesioni gravissime con esiti dolorosi anche dal punto di vista psichico, la autonoma ontologia del danno morale deve essere considerata in relazione alla diversità del bene protetto, che attiene alla sfera della dignità morale della persona… nella valutazione del danno morale contestuale alla lesione del diritto alla salute, la valutazione di tale voce, dotata di logica autonomia in relazione alla diversità del bene protetto, che pure attiene ad un diritto inviolabile della persona (la  sua integrità morale… ) deve tenere conto delle condizioni soggettive della persona umana e della gravità del fatto, senza che possa considerarsi il valore dell’integrità morale una quota minore del danno alla salute” .

Sembra quasi che la Cassazione stia cercando una “valvola di sfogo”, quasi pentita del rigore con cui ha rintuzzato la categoria del danno biologico e annichilito il danno esistenziale.

Detto in altre parole, sembra quasi che stia cercando di spostare nell’ambito del danno morale, invitando il Giudice di merito a discostarsi dalle tabelle in uso, voci che sembrano stare strette nella categoria dell’integrità psicofisica.

E sembra quasi (ma credo che sia più che un’impressione!) che inviti l’interprete a non sottovalutare la componente psichica del danno biologico.

Questi i principi di diritto cui dovranno (?) attenersi i giudici del merito.

Staremo a vedere come.

Transazioni: ecco la “nuova” tempistica, sperando non vi siano ulteriori differimenti

Nella mattinata di oggi, 27 novembre, ho avuto un breve e cordiale incontro presso gli uffici ministeriali con la Dottoressa Scalera alla quale ho chiesto lumi sulla tempistica della pubblicazione del/i decreto/i attuativo/i di quanto preannunziato con l’art. 33 della legge finanziaria varata ormai lo scorso anno ed anche a seguito della riunione convocata in tutta fretta lo scorso 31 luglio, quando erano stati prospettati tempi poi completamente disattesi.
Il primo dei due decreti – quello che dovrebbe fissare i criteri per il censimento preliminare delle posizioni pendenti – è stato oggetto del parere del Consiglio di Stato, parere che – sempre secondo quanto riferitomi – risulta essere stato depositato nei giorni scorsi.
Pertanto a giorni il decreto dovrebbe essere sottoposto alla firma del Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali il quale, secondo quanto riferito dalla dottoressa, è stato sensibilizzato sulle problematiche dei danneggiati e dovrebbe provvedere con celerità.
Successivamente il decreto dovrà passare alla firma del Ministro delle Finanze, dopodichè andrà in Corte dei Conti per essere poi pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
Nel frattempo, di tali passaggi sarà data notizia sul portale web del Ministero e sarà contestualmente approntata la piattaforma informatica sulla cui base dovranno lavorare i legali per far pervenire a Roma le informazioni sui danneggiati necessarie per il perfezionamento della fase ricognitiva.
Quanto sopra dovrebbe avvenire entro la fine del corrente anno o all’inizio del nuovo. Continua a leggere

Le cartelle “plurioffensive”, il fermo amministrativo, l’ipoteca esattoriale e la dispersione delle giurisdizioni

 Diciamo subito che la definizione di cartelle “plurioffensive” è solo mia.

Chiamo cartella plurioffensiva la cartella con la quale Equitalia chiede la riscossione di più entrate, per esempio, tasse (Iva, Irpef etc.), contributi previdenziali, cioè dovuti all’INPS, sanzioni amministrative (cioè multe) e quant’altro.

A fronte di una cartella “plurioffensiva” possono seguire un fermo amministrativo od un’ipoteca esattoriale “plurioffensiva”.

Se si esaminano le comunicazioni di fermo (come sappiamo, per l’iscrizione ipotecaria non è previsto alcun obbligo di comunicazione), possiamo infatti notare che, a volte, il fermo è stato disposto perché in data X è stata notificata la cartella 1 per il tributo A e per la sanzione B, in data Y la cartella 2 per il tributo C, in data Z la cartella 3 per il contributo D e, a fronte di tutte queste pretese economiche, Equitalia ad un certo punto ha disposto il fermo (od iscritto l’ipoteca).

È possibile impugnare il provvedimento, davanti a chi e come?.

Come sappiamo (ci sono altri articoli sul tema e, non perché mi piaccia ripetermi, ma per brevità, rimando ad essi) la Visco – Bersani ha introdotto il principio secondo il quale fermo ed ipoteca sono atti autonomamente impugnabili innanzi alla Commissione Tributaria.

Sembrava, quindi, che il legislatore, in modo criticabile, se vogliamo, avesse stabilito una volta per tutte davanti a chi impugnare il fermo. Sembrava cioè che il principio fosse il seguente: non importa perché è stato disposto il fermo (o l’ipoteca): se sei nei termini e ci sono i presupposti, lo puoi impugnare in CTP.

Punto e basta? Nemmeno per idea.

Sul punto, a complicare ancor di più la questione (se possibile) interviene l’ordinanza 14831/2008 delle SSUU, resa il 5/6/2008.

Questo il fatto: il concessionario notifica a Tizio una cartella per contributi INPS e per sanzioni amministrative, poi dispone il fermo. Tizio impugna il fermo innanzi alla Commissione Tributaria Provinciale. Questa si dichiara incompetente e Tizio propone regolamento di giurisdizione.

Questa la decisione delle Sezioni Unite, resa con l’ordinanza in commento: la Commissione Tributaria può decidere sulle impugnazioni di fermi amministrativi (e, aggiungo io, di ipoteche) solo se questi provvedimenti sono disposti per entrate di competenza della CTP (quindi, in pratica, per tasse). Se questi provvedimenti (fermo ed ipoteca) sono disposti per entrate differenti bisogna rivolgersi al giudice di volta in volta competente.

Il principio di diritto, testualmente, è perciò il seguente: “la giurisdizione sulle controversie relative al fermo di mobili registrati appartiene al giudice tributario solo quando il provvedimento impugnato concerna la riscossione di tributi“.

Se il fermo non è disposto per tributi (ma reputo che il principio valga anche per l’ipoteca) il Giudice Tributario “declinerà la propria giurisdizione rimettendo la causa innanzi al Giudice competente“. Nel caso di specie, poiché si trattava di contributi previdenziali, la giurisdizione spetta al Giudice Ordinario del lavoro.

La Cassazione si è poi anche occupata delle cartelle, dei fermi e delle ipoteche che io ho chiamato “plurioffensivi”. In tal caso, sostiene il Supremo Collegio, “il Giudice adito separerà le cause, trattenendo quella per la quale egli ha giurisdizione e rimettendo la restante al Giudice competente. Il debitore potrà in ogni caso proporre originariamente l’impugnazione separatamente innanzi ai giudici diversamente competenti in relazione alla natura dei crediti posti alla base del provvedimento di fermo impugnato (o, aggiungo io, d’ipoteca)”.

Va dato atto alla Cassazione di aver dato risposta ad un quesito di ordine pratico – cioè quello delle cartelle “plurioffensive”.

Tuttavia, non posso che pormi almeno due domande.

Se fermo od ipoteca sono disposti per tributi nulla quaestio: il contribuente li impugnerà in CTP per vizi loro propri, se ci sono. Continuano a valere tutte le considerazioni svolte dopo l’entrata in vigore della Visco – Bersani.

Se fermo ed ipoteca non sono disposti per tributi, però… che cosa fare?

Innanzi tutto va rilevato che non può darsi una risposta generale per il semplice motivo che ci sono più giudici diversi davanti ai quali il processo si svolge secondo riti diversi e con strumenti differenti.

Mi sento tuttavia di avere forti dubbi circa il rimedio dell’opposizione all’esecuzione per la ragione che, almeno sinora, tutti sono concordi nel ritenere che fermo ed ipoteca sono strumenti prodromici all’esecuzione, ma non sono essi stessi strumenti esecutivi né atto di esecuzione.

Probabilmente, la forma di cautela più idonea sarebbe il ricorso ex art. 700 c.p.c. – che ora ha assunto contenuto definitivo.

Tuttavia, è bene aspettare qualche decisione sul punto – ma ormai la giurisprudenza non fa tempo a consolidarsi che interviene qualche renvirement legislativo o del Supremo Collegio.

Certo è che la dispersione dei ricorsi di qua e di là a seconda del giudice competente non è di aiuto al contribuente, che dovrebbe fare più ricorsi, e magari per importi contenuti, pur avendo ricevuto una sola cartella, un solo fermo od una sola ipoteca, quindi la divisione delle giurisdizioni comporta senz’altro una moltiplicazione delle spese, con l’inevitabile conseguenza di una compromissione della tutela per il cittadino.

La seconda domanda è che cosa accade se la cartella – o il provvedimento che dispone il fermo (per l’ipoteca… boh! ) – non indica i giudici davanti ai quali rivolgersi per contestare il provvedimento impugnato, con specificazione dei relativi termini.

Ferma restando la translatio iudicii suggerita dal Supremo Collegio, come sopra visto, ci si può domandare se tale omissione non sia vizio autonomamente censurabile dell’atto impugnato e quali conseguenze derivino dalla presenza di tale vizio.

Certo l’esattore non dovrebbe potersela cavare suggerendo di rivolgersi al giudice competente; perché, sarebbe forse possibile rivolgersi in modo proficuo al giudice incompetente?

Qualcuno si sarà forse domandato quale sia la ragione tecnica che ha spinto la Cassazione a pronunciarsi nel senso sopra illustrato.

La ragione tecnica è che la Visco Bersani ha modificato l’articolo 19 del DLT 546/92 cioè la norma sugli atti impugnabili, ma non l’art. 2, cioè la norma sulla giurisdizione.

Se lo avesse fatto, la Visco – Bersani sarebbe stata incostituzionale (v. le pronunce della Corte Costituzionale n° 64 e n° 130 del 2008).

Anche se dal punto di vista formale il ragionamento non è censurabile, mi si consenta di supporre (absit iniuria verbis) di assistere ad un conflitto di poteri tra Giudice Ordinario e Giudice Tributario e, come dice un proverbio africano, quando due elefanti si azzuffano ci va di mezzo l’erba.

La depurazione è una tassa? no… e quindi?

 La depurazione è una tassa?

La risposta sembra semplice: dal 1994 esiste – o dovrebbe esistere – il servizio idrico integrato, formato dai servizi di captazione, adduzione e distribuzione dell’acqua (v. l. 36/1994).

Per il servizio si esige il pagamento di una tariffa che è il corrispettivo del servizio.

Fognatura e depurazione costituiscono quota di tariffa.

Nel momento in cui si parla di corrispettivo del servizio si deve dedurre che, se il servizio non è prestato, il corrispettivo non è dovuto.

In realtà così non è – o meglio non era fino a poco fa – perché la legge del 1996 a cui si faceva riferimento stabiliva anche che “la quota di tariffa riferita al servizio di pubblica fognatura e di depurazione è dovuta dagli utenti anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi“.

Quindi, anche là dove non c’è il depuratore, la depurazione va pagata. O, per meglio dire, andava pagata.

Infatti, con recentissima Sentenza 335/2008, la Corte Costituzionale ha affermato che la norma sopra citata ed anche quelle successive che l’hanno riprodotta in pratica tal quale (e cioè l’art. 28 della legge 31 luglio 2002, n. 179 e l’art. 155, comma 1, primo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152) sono incostituzionali in quanto violano l’art. 3 della Costituzione.

Questo, in estrema sintesi e con qualche inevitabile semplificazione, il ragionamento delle Corte Costituzionale.

Il cittadino stipula con l’ente che gli fornisce l’acqua una banale contratto di somministrazione.

Si tratta di un contratto di diritto privato, né più né meno, a causa del quale se c’è una prestazione c’è un corrispettivo (determinato dall’autorità, ma questo è un altro discorso), se non c’è una prestazione no.

Ne consegue che se il cittadino non usufruisce di un depuratore, non deve pagare la depurazione.

La corte si è anche posta un altro problema: se non c’è un depuratore, questo può essere costruito coi soldi degli utenti, riscossi proprio tramite le bollette. È giusto quindi imporre agli utenti un sacrificio economico in vista di un bene pubblico da costruire?

La risposta è no.

Secondo le leggi in questione (non tanto quella del ’94, quanto quelle successive), il denaro riscosso tramite bolletta è destinato alla realizzazione di un piano d’ambito, ma tale denaro viene chiesto non in considerazione del possibile costo del depuratore da costruire, ma del costo della (inesistente) depurazione tout court. Quindi, non c’è corrispettività tra costo della depurazione e costo del depuratore da costruire. In secondo luogo, il denaro riscosso può essere destinato alla realizzazione di depuratori non utilizzabili dal singolo utente obbligato al pagamento. Quindi, ancora una volta, non c’è corrispettività. In terzo luogo il denaro riscosso per la depurazione va al Comune, ma non è detto che sia il Comune a gestire il servizio idrico; la decisione su come e dove costruire il depuratore spetta a terzi: Province etc. L’utente non ha alcun potere su tale scelta, che viene decisa dall’autorità d’ambito, formata da Comuni e Province. Quindi, ancora una volta, non c’è corrispettività. Infine è da escludersi che le entrate in questione siano una tassa, un tributo, posto che si tratta di corrispettivo di tariffa e la tariffa è un unicum inscindibile che comprende somministrazione vera e propria d’acqua, fognatura e depurazione.

Pertanto – queste le conseguenze pratiche della Sentenza – se non c’è un depuratore la depurazione non va pagata.

Se invece l’acqua è depurata la somma è dovuta.

Sorge spontanea una domanda: che cosa accade alle somme pagate a titolo di depurazione in assenza di depurazione? – sempre che non si tratti di fattispecie già coperte da giudicato.

Il motivo della mia lunga assenza

Cari amici e frequantatori del sito, ritengo doveroso scusarmi con Voi e spiegarVi il motivo del mio lungo silenzio.
Sono diventato papà di due splendidi gemellini che si chiamano Gabriele Christian ed Eleonora Maria Francesca.
Tuttavia i bimbi, che ora stanno bene, sono arrivati a casa l’altro ieri dopo una lunga degenza presso il reparto di terapia intensiva neonatale dell’Ospedale causata dalla loro prematurità
L’esperienza di neo-genitore in un periodo così delicato e prolungato – aggravata anche da altre vicende familiari meno liete – ha richiesto anche la mia frequente presenza in reparto, sottraendo tempo ed energie preziose al lavoro ed anche alla cura di questo sito.
Nella prossime settimane conto di rispondere gradualmente a tutti e di smaltire l’arretrato di domande accumulato.
Grazie ancora del Vostro interesse e della Vostra pazienza

Avv. Simone LAZZARINI